giovedì 27 dicembre 2007

CAMBIAMO QUELLA SCRITTA ...


Ormai da molto tempo mi chiedo se ha ancora senso avere nei tribunali, scritto a caratteri cubitali dietro alle spalle del giudice,
"LA LEGGE E' UGULE PER TUTTI"
... io non ci credo più e per fare un esempio, ecco il curriculum giudiziario del Cavaliere ...



Traffico di droga
Nel 1983 la Guardia di finanza, nell'ambito di un'inchiesta su un traffico di droga, aveva posto sotto controllo i telefoni di Berlusconi. Nel rapporto si legge: «È stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane. Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie e opererebbe sulla Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo...». L'indagine non accertò nulla di penalmente rilevante e nel 1991 fu archiviata.

Falsa testimonianza sulla P2
La prima condanna di Silvio Berlusconi da parte di un tribunale arriva nel 1990: la Corte d’appello di Venezia lo dichiara colpevole di aver giurato il falso davanti ai giudici, a proposito della sua iscrizione alla lista P2. Nel settembre 1988, infatti, in un processo per diffamazione da lui intentato contro alcuni giornalisti, Berlusconi aveva dichiarato al giudice:"Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo che è di poco anteriore allo scandalo". Per questa dichiarazione Berlusconi viene processato per falsa testimonianza. Il dibattimento si conclude nel 1990: Berlusconi viene dichiarato colpevole, ma il reato è estinto per l'intervenuta amnistia del 1989.

Tangenti alla Guardia di finanza
Berlusconi è accusato di aver pagato tangenti a ufficiali della Guardia di finanza, per ammorbidire i controlli fiscali su quattro delle sue società (Mondadori, Mediolanum, Videotime, Telepiù). In primo grado è condannato a 2 anni e 9 mesi per tutte e quattro le tangenti contestate, senza attenuanti generiche. In appello, la Corte concede le attenuanti generiche: così scatta la prescrizione per tre tangenti. Per la quarta (Telepiù), l'assoluzione è concessa con formula dubitativa (comma 2 art. 530 cpp). La Cassazione, nell'ottobre 2001, conferma le condanne per i coimputati di Berlusconi Berruti, Sciascia, Nanocchio e Capone (dunque le tangenti sono state pagate), ma assolve Berlusconi per non aver commesso il fatto, seppur richiamando l'insufficienza di prove.

Tangenti a Craxi (All Iberian 1)
Per 21 miliardi di finanziamenti illeciti a Bettino Craxi (Ë la pi˜ grande tangente mai pagata a un singolo uomo politico in Italia), passati attraverso la società estera All Iberian, in primo grado è condannato a 2 anni e 4 mesi. In appello, a causa dei tempi lunghi del processo scatta la prescrizione del reato. La Cassazione conferma.

Falso in bilancio (All Iberian 2)
Berlusconi Ë stato indagato (anche sulla base di una voluminosa consulenza fornita dalla Kpmg) per la rete di 64 società e conti off shore del gruppo Fininvest (Fininvest Group B) che, secondo l'accusa, ha finanziato operazioni "riservate" (ha scalato societý quotate in Borsa, come Standa e Rinascente, senza informare la Consob; ha aggirato le leggi antimonopolio tv in Italia e in Spagna, acquisendo il controllo di Telepi˜ e Telecinco; ha pagato tangenti a partiti politici, come la stecca record di 21 miliardi di lire data a Craxi attraverso la societý All Iberian). La rete occulta della Finivest-ombra ha spostato, tra il 1989 e il 1996, fondi neri per almeno 2 mila miliardi di lire. Per questo Berlusconi Ë stato chiamato a rispondere di falso in bilancio. Ma nel 2002 ha cambiato la legge sul falso in bilancio, trasformando i suoi reati in semplici illeciti sanabili con una contravvenzione e soprattutto riducendo i tempi di prescrizione del reato (erano 7 anni, aumentabili fino a 15; sono diventati 4). CosÏ il giudice per le indagini preliminari nel febbraio 2003 ha chiuso l'inchiesta: negando l'assoluzione, poichÈ Berlusconi e i suoi coimputati (il fratello Paolo, il cugino Giancarlo Foscale, Adriano Galliani, Fedele Confalonieri) non possono dirsi innocenti; ma decidendo di prosciogliere tutti i 25 imputati, poichÈ il tempo per il processo, secondo la nuova legge, è scaduto. La procura ricorre in Cassazione, che all'inizio di luglio 2003 applica per la prima volta il "lodo Maccanico", decidendo la sospensione del processo per Berlusconi.

Caso Lentini
Berlusconi è stato rinviato a giudizio per aver deciso il versamento in nero di una decina di miliardi dalle casse del Milan a quelle del Torino calcio, per l’acquisto del calciatore Gianfranco Lentini. Il dibattimento di primo grado si Ë concluso con la dichiarazione che il reato Ë prescritto, grazie alla nuova legge di Berlusconi sul falso in bilancio.

Medusa cinematografica
Berlusconi è accusato di comportamenti illeciti nelle operazioni d'acquisto della società Medusa cinematografica, per non aver messo a bilancio 10 miliardi. In primo grado è condannato a 1 anno e 4 mesi per falso in bilancio. In appello, assoluzione con formula dubitativa, confermata in Cassazione.

Terreni di Macherio
Berlusconi è accusato di appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio per l’acquisto dei terreni intorno alla sua villa di Macherio. In primo grado è assolto dall'appropriazione indebita e dalla frode fiscale. Per i due falsi in bilancio contestati scatta la prescrizione. In appello è confermata l'assoluzione per i due primi reati; è assolto per uno dei due falsi in bilancio, per il secondo si applica l'amnistia.

Lodo Mondadori
Berlusconi è accusato di aver pagato i giudici di Roma per ottenere una decisione a suo favore nel Lodo Mondadori, che doveva decidere la proprietà della casa editrice. Il giudice dell'udienza preliminare Rosario Lupo ha deciso l'archiviazione del caso, con formula dubitativa. La Procura ha fatto ricorso alla Corte d’appello, che nel giugno 2001 ha deciso: per Berlusconi è ipotizzabile il reato di corruzione semplice, e non quello di concorso in corruzione in atti giudiziari; concesse le attenuanti generiche, il reato dunque è prescritto, poiché risale al 1991 e la prescrizione, con le attenuanti generiche, scatta dopo 5 anni. Il giudice ha disposto che restino sotto processo i suoi coimputati Cesare Previti, Giovanni Acampora, Attilio Pacifico e Vittorio Metta.

Toghe sporche-Sme
Berlusconi è accusato di aver corrotto i giudici durante le operazioni per l'acquisto della Sme. Rinviato a giudizio insieme a Cesare Previti e Renato Squillante. Il processo di primo grado si è concluso (con condanne per Previti e Squillante) a Milano, dopo che la Cassazione ha respinto la richiesta di spostare il processo a Brescia o a Perugia, per legittimo sospetto, reintrodotto appositamente per legge nell'ottobre 2002. Un'altra legge, il "lodo Maccanico", votata con urgenza nel giugno 2003, ha imposto la sospensione di tutti i processi a cinque alte cariche dello Stato, tra cui il presidente del Consiglio, ma è stata bocciata dalla Corte costituzionale perché incostituzionale. Stralciata la posizione di Berlusconi dal processo principale, il Tribunale di Milano ha ritenuto provati i fatti di corruzione, ha prosciolto per prescrizione sui soldi pagati a Squillante e assolto per il resto, ma con il richiamo all'insufficienza di prove.

Spartizione pubblicitaria Rai-Fininvest
Berlusconi era accusato di aver indotto la Rai, da presidente del Consiglio, a concordare con la Fininvest i tetti pubblicitari, per ammorbidire la concorrenza. La Procura di Roma, non avendo raccolto prove a sufficienza per il reato di concussione, ha chiesto l'archiviazione, accolta dal Giudice dell'udienza preliminare.

Tangenti fiscali sulle pay-tv
Berlusconi era accusato di aver pagato tangenti a dirigenti e funzionari del ministero delle Finanze per ridurre l’Iva dal 19 al 4 per cento sulle pay tv e per ottenere rimborsi di favore. La Procura di Roma ha chiesto l'archiviazione, accolta dal Giudice dell'udienza preliminare.

Stragi del 1992-1993
Le procure di Caltanissetta e Firenz, indagano da molti anni sui «mandanti a volto coperto» delle stragi del 1992 (Falcone e Borsellino) e del 1993 (a Firenze, Roma e Milano). Le indagini preliminari sull'eventuale ruolo che Berlusconi e Marcello Dell'Utri possono avere avuto in quelle vicende sono state formalmente chiuse con archiviazioni nel 1998 (Firenze) e nel 2002 (Caltanissetta). Continuano però indagini per concorso in strage contro ignoti e i decreti d'archiviazione hanno parole pesanti nei confronti degli ambienti Fininvest.

Mafia
La procura di Palermo ha indagato su Berlusconi per mafia: concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco. Nel 1998 l'indagine Ë stata archiviata per scadenza dei termini massimi concessi per indagare. Indizi sui rapporti di Berlusconi e Dell'Utri con uomini di Cosa nostra continuano a essere segnalati in molte sentenze. Dell'Utri, infine, è stato condannato a Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, e questo getta ombre pesantissime su Berlusconi, che sarebbe stato messo da Dell'Utri nelle mani della mafia fin dal 1974.

Telecinco in Spagna
Berlusconi, Dell’Utri e altri manager Fininvest, responsabili in Spagna dell'emittente Telecinco, sono accusati di frode fiscale per 100 miliardi e violazione della legge antitrust spagnola, per avere detenuto occultamente il controllo di Telecinco, proibito dalle leggi antimonopolio. Sono ora in attesa di giudizio su richiesta del giudice istruttore anticorruzione di Madrid, Baltasar Garzon Real. Il giudice Garzon ha chiesto di processare Berlusconi in Italia o di poterlo processare in Spagna. Di fatto, il processo Ë sospeso.


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E' il caso di cambiare quella scritta con una più adeguata ... tipo:

"LA LEGGE NON E' UGUALE PER TUTTI"

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Ragazzi, ecco qui un articolo del New York Times pubblicato nel 2006 dopo le elezioni, l'ho tradotto per voi perché secondo me è davvero da leggere. Ecco come ci considerano all'estero: praticamente degli idioti in balìa di calcio e televisione, e purtroppo non si può che dargli ragione. Che schifo e che vergogna! Va da sé che l'articolo parla di Berlusconi.
All'estero il livello dell'informazione è altissimo, ovviamente con le pecche del caso ma di certo neppure lontanamente paragonabile ai gossip che qui, nella Repubblica delle Banane, passano per Notizie!
Buona lettura!



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BERLUSCONI'S BURLESQUE

Review by RACHEL DONADIO
Published: August 6, 2006

ITALY may have voted Silvio Berlusconi out of office this spring, but his grip on the country remains as strong as ever. The former prime minister still controls three commercial television networks, a movie production company, the nation’s leading book and magazine publisher, and a big-league soccer team, plus sizable real estate and insurance holdings. With an estimated net worth of $12 billion, he’s Italy’s richest man.

And he remains his country’s most polarizing figure — loved by those who admire his can-do spirit, loathed by those who see him as a crass salesman flaunting his disregard for the very laws he was elected to uphold. His critics believe that no politician, let alone a head of government, should be so heavily invested in sectors tightly regulated by the state. Having lost by a narrow margin of 25,000 votes in April, Berlusconi grudgingly conceded defeat and became the leader of the right-wing opposition, ensuring that the new center-left government of Romano Prodi has little room to maneuver. One of the first items on Prodi’s agenda is a measure to prevent conflicts of interest between business and politics.
It’s always been hard to tell whether Berlusconi has wielded more influence out of office or in. How he came to possess that influence — and irrevocably change the course of Italian politics and culture — is the subject of “The Sack of Rome,” an illuminating new book by the journalist Alexander Stille, one of the best English-language writers on Italy. Stille follows Berlusconi from his middle-class origins in Milan, where he was born in 1936 and made a killing in real estate in the 1960’s and 70’s, to his first television acquisitions in the 70’s and 80’s, when he broke the state monopoly and filled his commercial channels with “Dallas,” “Baywatch” and Italy’s first nude game show.
Berlusconi understood early on that Italy is a patchwork of localities united nationally by television and soccer, and when he entered politics in the early 90’s, he ingeniously named his party Forza Italia (“Go, Italy!”) after the soccer cheer. When he walked into the neo-realist scene of Italian party politics, it was as if everything suddenly turned to Technicolor. Although Berlusconi’s first government, in 1994, was a brief May to December affair, he was just getting warmed up. “One sensed,” Stille writes, “that a terrible new power — mixing entertainment, sports, television and politics — had been born.”
Stille makes a convincing argument that Berlusconi ran for office largely as a way of assuring that his businesses could run more smoothly. More opportunist than ideologue, he filled a power vacuum in the early 1990’s when the postwar constellation of the Socialists, Communists and Christian Democrats was imploding, thanks to the end of the cold war and a huge bribery scandal called “Tangentopoli,” or “Kickback City,” in which a third of Parliament came under indictment. As Stille explains, “the million laws, rules and regulations of the Italian state — applied unevenly and often according to a business’s political connections — meant that Italian entrepreneurs were constantly having to fend off or bribe politicians and bureaucrats.” When Berlusconi’s chief crony, the Socialist Party leader Bettino Craxi, went into exile in Tunisia to avoid prosecution, there was no one to watch out for Berlusconi’s family holding company. So he went into politics himself. He announced his candidacy in a fireside chat from his villa, televised by his own networks, and cast himself as a maverick, out to change the system. “It may seem strange,” Stille notes, “that Berlusconi — one of the principal beneficiaries of Italy’s old political system — should become a powerful symbol of anger and protest against that system.” But the strategy worked.
From the outset, Berlusconi exhibited a genius for cultivating his own image. Before his 1994 victory, Stille reports, he sent a consultant to the country’s leading daily newspaper to remove unflattering photos from its archive. To avoid a ban on television advertising during the 2001 campaign, he mailed a fanzine to 12 million households. More salesman than statesman, Berlusconi was forever telling bawdy jokes and bragging about his sexual prowess. He also adopted American-style meet-and-greet politicking and advised anyone running on the Forza Italia line not to have bad breath or sweaty palms. (“I’m like Prince Charming,” he once said. “They were pumpkins, and I turned them into parliamentarians.”) Berlusconi “created his own electorate,” Stille explains. “He helped create a culture built around the idea of success, personal wealth and material well-being, and that culture made his political career possible.” Rich, vivid and unmanageable, he made the left seem ossified, bureaucratic and dull.
In “The Sack of Rome,” Stille walks us through the dizzying ins and outs of Berlusconi’s many bribery and corruption trials. Each time, he was either acquitted or his convictions were overturned on appeal. He has zealously tried to rein in the judiciary, and has often accused prosecutors of being Communists on a witch hunt. There are no smoking guns here, but Stille raises crucial questions: Where did Berlusconi get the vast infusions of capital needed to start his holding company in the 1970’s? Why did a man with known Mafia ties help organize his entrance into politics?


LA FARSA DI BERLUSCONI

Recensione di RACHEL DONADIO
Data di pubblicazione: 6 agosto 2006

Questa primavera l’Italia avrà anche votato per l’uscita di scena di Silvio Berlusconi ma resta il fatto che l’ascendente di quest’uomo sul Paese è oggi più forte che mai. L’ex primo ministro controlla tre reti televisive commerciali, una società di produzione cinematografica, la casa editrice di libri e riviste più importante della nazione e una squadra di calcio di serie A, più alcune importanti società immobiliari e compagnie assicurative. Con un patrimonio stimato pari a 12 miliardi di dollari USA, è l’uomo più ricco d’Italia.

E resta la figura più discussa del Paese: adorato da coloro che amano il suo spirito all’insegna del “tutto è possibile”, criticato da coloro che lo considerano un crasso venditore che ostenta il disinteresse più totale proprio nei confronti di quelle leggi che era stato chiamato a far rispettare. I suoi detrattori pensano che nessun politico, men che meno un capo di governo, dovrebbe avere un tale livello di coinvolgimento in settori rigidamente disciplinati dallo stato. Berlusconi, dopo aver perso per una manciata di voti (25.000) in aprile, ha ammesso la sconfitta con una certa riluttanza e si è candidato a leader dell’opposizione di destra, garantendo che il nuovo governo di centrosinistra di Prodi avrà ben pochi margini per governare. Tra i primi argomenti all’ordine del giorno del governo Prodi, un provvedimento atto a evitare i conflitti d’interesse tra affari e politica.
E’ difficile stabilire se Berlusconi sia più influente quando è al governo o quando è all’opposizione. Le modalità che gli hanno consentito di conquistare un così grande potere, modificando definitivamente la storia della politica e della cultura italiane, sono l’argomento de “Il sacco di Roma”, un nuovo e illuminante libro del giornalista Alexander Stille, tra i migliori scrittori di lingua inglese sull’Italia. Stille segue Berlusconi dalle origini borghesi in quel di Milano, dove nacque nel 1936 e raggiunse il successo negli anni ’60 e ’70 nel settore immobiliare, fino alle prime acquisizioni televisive negli anni ’70 e ’80, quando fece cadere il monopolio di stato riempiendo le proprie emittenti commerciali di serie come “Dallas” e “Baywatch” e trasmettendo il primo quiz con donnine nude in Italia.
Berlusconi comprese presto che l’Italia è un collage di piccole località unite a livello nazionale dalla televisione e dal calcio. Al suo ingresso in politica, nei primi anni ’90, chiamò astutamente il proprio partito “Forza Italia”, riprendendo un popolare slogan calcistico. Quando fece il suo ingresso sulla scena neorealista delle politiche di partito in Italia, tutto parve trasformarsi improvvisamente in un film in Technicolor. Il primo governo Berlusconi del 1994, che durò da maggio a dicembre, fu per lui un esercizio di riscaldamento. Scrive Stille: “Nell’aria si percepiva l’avvento di un nuovo e terribile potere: quello dell’intrattenimento mescolato allo sport, alla televisione e alla politica”.
Stille introduce una tesi convincente, secondo cui la corsa di Berlusconi per il governo fu motivata soprattutto dalla necessità di poter gestire i propri affari in modo impunito. Più opportunista che ideologo, Berlusconi riempì il vuoto di potere creatosi nei primi anni ’90, quando la costellazione di partiti del dopoguerra, costituita da socialisti, comunisti e democristiani, implose dopo la fine della guerra fredda e il terribile scandalo di Tangentopoli, dove un terzo dei membri del Parlamento fu indagato. Come spiega Stille, “i milioni di leggi, regole e disposizioni dello stato italiano, applicate senza equità e spesso alla luce dei legami tra politica e affari, determinavano episodi sistematici di corruzione nei confronti di politici e burocrati da parte degli imprenditori italiani”. Quando il primo compagno di merende di Berlusconi, il leader del Partito Socialista Bettino Craxi, fu esiliato in Tunisia per evitare i procedimenti penali a suo carico, non rimase nessuno a guardia della holding familiare di Berlusconi e fu così che l’imprenditore decise di buttarsi egli stesso in politica. Annunciò la sua candidatura con un discorso. Seduto vicino al camino della sua villa, fu ripreso in diretta televisiva dalle sue stesse televisioni; si presentò come un politico indipendente ansioso di cambiare il sistema. “E’ strano”, osserva Stille, “che proprio Berlusconi, tra i maggiori beneficiari del vecchio sistema politico italiano, sia divenuto un potente simbolo di rivolta e protesta contro quello stesso sistema”. Ma la strategia funzionò.
Sin dall’inizio fu evidente la geniale attenzione di Berlusconi per la cura della propria immagine. Prima della vittoria del 1994, scrive Stille, mandò un consulente presso la redazione del principale quotidiano del paese, incaricandolo di eliminare alcune sue fotografie poco edificanti dall’archivio del giornale. E per aggirare il divieto di pubblicità televisiva durante la campagna elettorale del 2001, inviò una rivista di propaganda politica a 12 milioni di famiglie. Più venditore che uomo di stato, Berlusconi non ha mai lesinato al pubblico battute boccaccesche, vantandosi delle sue prodezze sessuali. Ha adottato anche la tecnica dell’immagine all’americana, imponendo ai rappresentanti di Forza Italia di non presentarsi agli incontri con l’alito cattivo o con le mani sudate (“Sono come il principe azzurro”, disse una volta. “Davanti a me c’erano solo zucche e io le ho trasformate in parlamentari”). Berlusconi “si è creato il suo elettorato”, spiega Stille. “Ha contribuito all’istituzione di una cultura basata sull’idea del successo, del benessere personale e dei beni materiali. Quella cultura ha reso possibile la sua carriera politica”. Ricco, energico e indomabile, ha fatto sì che la sinistra sembrasse una mummia secolare avvolta nelle fasce della burocrazia e immersa nell’ottusità.
Ne “Il sacco di Roma”, Stille ci porta con sé, dentro e fuori le aule di tribunale, nei processi a carico di Berlusconi per corruzione e subornazione. Ogni volta fu assolto, oppure le sentenze furono ribaltate in appello. Con zelo, ha cercato di acquisire il controllo del sistema giudiziario, accusando spesso i magistrati di essere solo dei comunisti a caccia di streghe. Niente pistole fumanti ma interrogativi cruciali nel libro di Stille: Berlusconi dove si è procurato gli ingenti capitali necessari all’avvio della sua holding negli anni ‘70? E perché un uomo notoriamente colluso con la Mafia ha potuto contribuire all’organizzazione del suo ingresso in politica?

Lele Erre ha detto...

E' si cara Gì ... siamo probrio la repubblica delle banane ... ormai guardando i TG senti solo parlare di notizie di contorno, e tutto questo lo fanno per fuorviare i pensieri della gente ... quando vedete un TG spegnete la TV e cercate le notizie che vi interessano in rete .... sono sicuramente più sane.
A proposito di questo .... il prossimo V-day sarà improntato proprio su questo ... mi raccomando ... FIRMATE TUTTI

Anonimo ha detto...

IL CAIMANO E LE MOZZARELLE
di Marco Travaglio

tratto da la Primavera di Micromega

Il Caimano c'è: è una brutta bestia, ha sette vite, è risorto un'altra volta dalle sue ceneri. Non c'è la Mortadella, che s'è rivelata una Mozzarella ed è riuscita a resuscitarlo per l'ennesima volta. Quando si vince per meno di 30 mila voti su 30 milioni dopo aver condotto per mesi la campagna elettorale con molti punti di vantaggio, c'è poco da appigliarsi al premio di maggioranza scattato per la Camera. Quando si pareggia contro un centrodestra che ha portato il Paese al più grave disastro della sua storia, c'è poco da recriminare sulla legge elettorale, alias "porcata". Quando al Senato si resta indietro di 300 mila voti e si è costretti a mendicare un voto da un Andreotti e da un Cossiga, c'è poco da sperare in un governo solido e duraturo. Quale che sia la conseguenza tecnico-istituzionale che questo pareggio sortirà nei prossimi giorni e che al momento non possiamo prevedere (questo giornale chiude nella notte tra lunedì 10 e martedì 11 aprile), bisogna onestamente riconoscere che, se il centrodestra è stato bocciato, il centrosinistra non è stato promosso. E farebbe bene a non nascondersi dietro i numeretti e i tecnicismi, ma ad aprire immediatamente un severo e impietoso esame di coscienza. Un governo così indecente, catastrofico e impopolare, dunque così facile da battere, non era mai capitato ad alcuna coalizione in Europa, né probabilmente capiterà mai più. Superarlo di poche migliaia di voti alla Camera e farsene addirittura battere al Senato non è un successo esaltante. E' una magra consolazione, la consolazione dei dannati. L'unico elemento positivo è che Silvio Berlusconi non tornerà a Palazzo Chigi. Per il resto, c'è solo da sperare che il governicchio di Prodi duri il più a lungo possibile. Concentrandosi su pochi obiettivi urgenti, quelli che accomunano le varie anime dell'Unione, e accantonando i temi meno centrali, che la dividono. Circondando Prodi di una scorta umana che lo protegga dalle mire ricattatorie di questo o quel partito. Respingendo le tentazioni di inciucio con l'Udc (il partito di Cuffaro) o addirittura con Berlusconi, il quale non chiede di meglio che sedersi intorno a un tavolo purchessia per "dialogare" e mercanteggiare su qualunque favore in cambio delle solite contropartite giudiziarie e affaristiche. E soprattutto, visto che le prossime elezioni non saranno fra cinque anni ma -temiamo- molto prima, concentrare le energie per una draconiana legge sul conflitto d'interessi. Per evitare di ritrovarci, la prossima volta, il solito uomo solo al telecomando. Intanto, recitare il mea culpa e trarne le conclusioni del caso. Il capitolo delle colpe infatti è piuttosto lungo, quasi quanto le 281 pagine del programma dell'Unione.

1) Mentre il Caimano imperversava in tutt'Italia, su tutti i giornali, su tutte le tv, andando a strappare i voti uno per uno negli angoli più reconditi del Paese, le Mozzarelle si cullavano nella certezza di una vittoria schiacciante (illusi da soloni come il professor Ceccanti, il quale giudicava "matematicamente impossibile" quel pareggio al Senato che puntualmente s'è verificato). Complice il suo monopolio illegale sulle televisioni, la campagna elettorale l'ha fatta il Cavaliere solitario, da solo. Gli altri pensavano ai posti da spartire, alle poltrone da assicurare a mogli, parenti, famigli, amici degli amici.

2) Si sono gettati via molti voti utili, impedendo all'unico valore aggiunto dell'Unione, Romano Prodi, di far fruttare il suo contributo. Al Senato s'è gettata la maggioranza alle ortiche perché il signorino Rutelli ha impedito che anche lì, come alla Camera, si presentasse la lista dell'Ulivo, che alla Camera ha totalizzato molti più consensi della misera sommatoria dei Ds e della Margherita. In entrambe le Camere si sono buttati dalla finestra altre migliaia di voti, sbattendo la porta in faccia alle tante liste civiche che chiedevano soltanto di potersi apparentare alla coalizione: il tutto perché Prodi non ha avuto il coraggio di imporsi e perché i maggiori azionisti della sua alleanza, Ds e Margherita, non volevano rischiare qualche centimetro quadrato del proprio orticello.

3) Si sono pagati prezzi altissimi per inseguire i Pannella e i Capezzone nelle loro bizzarrie, in cambio del modesto 2 e qualcosa per cento della Rosa nel Pugno, il partito tutto mediatico che ha raccolto poco più di quel che avrebbe totalizzato lo Sdi. Si è addirittura corso dietro a nullità come i socialisti di Bobo Craxi, neutralizzando segnali importanti come le candidature di Gerardo D'Ambrosio e Furio Colombo, ignorando offerte di collaborazione di un pezzo importante di intellettualità e società civile, come quello rappresentato da Paolo Sylos Labini, Elio Veltri e Giulietto Chiesa.

4) Ci si è attardati appresso a polemiche ormai sterili sulla legge elettorale-porcata anziché sfruttarla come un'occasione imperdibile per chiamare gli elettori a scegliere i candidati con una grande campagna di primarie, che avrebbe valorizzato e galvanizzato i 4 milioni e mezzo di italiani che erano corsi ai gazebo per "investire" l'aspirante premier.

5 )Si sono così presentate liste a tratti deludenti, a tratti imbarazzanti, con capilista giurassici come Ciriaco De Mita, personaggi inquisiti come Crisafulli in Sicilia e De Luca in Campania, o condannati come Carra della Margherita, o prescritti come De Piccoli della Quercia, escludendo nomi forti come Nando Dalla Chiesa ed esiliando in zone grigie combattenti come Beppe Giulietti.

6) Si è ceduto alla vanità televisiva, assecondando così (con l'eccezione di Prodi) l'ansia di presenzialismo del Cavaliere. Mentre il Professore, giustamente, limitava al minimo le presenze in video per contestare anche visivamente lo scandalo del monopolio in mano al suo avversario, disertando gli studi di Mediaset, gli altri vanesii leader e leaderini facevano a gara a sfidare a duello il Cavaliere, consentendogli di realizzare quel giudizio di Dio, quel referendum pro o contro se stesso che è stato fin dall'inizio lo scopo della sua campagna solitaria.

7) Una tragica sottovalutazione del fattore-tv come vettore di voti, frutto di una vecchia arretratezza culturale e di un'annosa "sindrome da puzza sotto il naso" che porta la sinistra a non comprendere, e dunque a rifiutare uno studio attento delle tecniche di comunicazione televisiva più efficaci. Si pensa che la tv sia un posto da occupare, si piange quando lo occupa il Cavaliere, ma non ci si domanda mai come usarlo quando - sia pure in condizioni di minorità e di impar condicio - se ne dispone. E, soprattutto, si trascura l'effetto devastante della scomparsa dei fatti dalla tv berlusconiana, dell'asservimento dell'informazione con l'espulsione di tutte le voci libere, della sterilizzazione delle notizie e dei temi scomodi. Col risultato di sottoporsi alla demonizzazione berlusconiana a base di accuse false, rinunciando a priori a rispondere con una demonizzazione a base di notizie vere.

8) Gli errori di comunicazione del centrosinistra sono noti, ma solo ora se ne possono apprezzare le devastanti conseguenze nel consentire la rimonta del Cavaliere e nel disperdere il cospicuo vantaggio accumulato per cinque anni fino a due mesi dal voto. Un programma interminabile, verboso e illeggibile. Un messaggio confuso, contraddittorio e cacofonico sul tema cruciale delle tasse, al quale il premier rispondeva regolarmente con un messaggio netto e univoco: il suo. Una squadra di consiglieri e "spin doctor" a dir poco dilettantesca, che non è riuscita a escogitare un solo slogan efficace per dare l'idea del progetto di governo dell'Unione (l'unico messaggio a bucare il video, quello del "cuneo fiscale", non l'ha capito nessuno) o per far sognare la gente. Nemmeno quando è partita la campagna delinquenziale del centrodestra per gabellare il centrosinistra come il governo delle tasse. Il risultato è che Berlusconi era sempre all'attacco, e l'Unione sempre in difesa. Lui la lepre, gli altri gli inseguitori. Lui accusava, loro rispondevano che non era vero. Ma l'agenda la dettava lui per tutti, anche per i suoi trafelati avversari. I quali avrebbero potuto impugnare le bandiere della legalità, della pulizia, della libertà d'informazione, dell'ambiente, insomma di una rivoluzione liberale, invece hanno sprecato il loro tempo a rincorrere la lepre, promettendo moderatismo e continuità a un elettorato ansioso di novità e radicalità.

9) Mentre il Cavaliere s'è concentrato su poche parole d'ordine, rinviando a dopo il voto le fumisterie del partito unico del centrodestra, a sinistra si perdevano energie e tempo prezioso a discettare di Partito Democratico. Un progetto che ricorda sempre più le tragicomiche vicende della "Cosa 2" di dalemiana memoria, visto oltretutto il misero risultato raccolto dai suoi aspiranti fondatori: il deprimente 18 per cento dei Ds, come l'imbarazzante 10 per cento della Margherita, è un ottimo motivo per non riparlarne mai più. E per inventare qualcosa di più appetibile per gli elettori. Magari ripescando l'idea del Grande Ulivo che tante ironie aveva suscitato fra gli strateghi del riformismo senza riforme quando Romano Prodi l'aveva lanciata. Quanti altri fallimenti dovranno collezionare i Fassino e i Rutelli, cioè i grandi sconfitti del 2001, per cedere il passo a qualcuno più vincente di loro? Non dev'essere poi così difficile trovarlo: si parte quasi da zero.

Alla fine dei conti, si ritorna sempre lì: non in piazza Santi Apostoli, ma in piazza Navona. La piazza Navona del febbraio 2002, quando Nanni Moretti, prima di occuparsi dei Caimano, si occupò molto opportunamente delle Mozzarelle. E urlò: "Con questi dirigenti non vinceremo mai". Sarà il caso di replicarlo in tutti i cinema d'Italia, quel film. "Con questi dirigenti non vinceremo mai". Presto o tardi, più presto che tardi, è ora che vadano a casa.

Anonimo ha detto...

A proposito dell'informazione...
VOTATE CONTRO LA LEGGE-BAVAGLIO A DANNO DEI GIORNALISTI E DEL DIRITTO ALL'INFORMAZIONE LIBERA IN ITALIA!!!
Andate su http://www.petitiononline.com/bavaglio/
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Vista la situazione politica ed economica che stà devastando l'Italia, vediamo come la pensa la gente, come la pensiamo noi riguardo alle prossime elezioni ...